A Firenze c’è un carcere che fa street art

Como, camminando tra le vie del centro può capitare di passare davanti a Galleria Ramo. Una luce blu proviene dalla sala posteriore ed è facile chiedersi di cosa si tratti. La vetrina fornisce qualche indizio ambiguo. Una serie di opere scultoree rimandano a un universo industriale e meccanico. Si tratta delle opere dell’artista veneto Nicolò Masiero Sgrinzatto. Dalla sola fruizione esterna si percepisce un contrasto visivo tra l’esposizione pulita alla white cube della prima sala e la luce blu retrostante, proveniente da piccole luci disposte a cerchio. Abbiamo incontrato il gallerista Simon J.V. David e l’artista, per scoprire qualcosa in più su queste opere così pulite ed elaborate quanto difficili da interpretare. Il titolo della mostra, Caìgo, – aperta fino al 3 dicembre – fornisce una prima indicazione significativa al fruitore. Il termine è tipico del dialetto veneziano e significa “fitta nebbia”. La ricerca artistica di Masiero Sgrinzatto è fortemente connessa con le sue origini e in particolare con la dimensione provinciale, avvolta dalla nebbia, dalla noia e dalla cultura del lavoro. In altre parole, l’artista focalizza la sua indagine sul tema della fatica e del lavoro, intesi come imperativo morale intrinseco nel tessuto socioculturale veneto. In senso più stretto, l’artista individua la dimensione della sagra di paese come emblema della quotidianità provinciale e, ancora di più, pone l’elemento della giostra come allegoria della realtà a lui circostante.

Entrando nello specifico, le installazioni e le sculture di Masiero Sgrinzatto si sviluppano intorno al concetto di giostra, alla sua funzione ludica e strutturale che viene percepita dall’artista come perfetta metafora di una società dedita alla cultura del lavoro. «La giostra è afflitta, costretta a performare ed alimentare un continuo gioco a perdere, un girotondo senza via d’uscita», ci racconta l’artista che ragiona sul contesto della sagra paesana, tipico luogo “contenitore” di giostre e attrazioni ludiche, in quanto «condizione generale di festa e comunità nella quale, parallelamente, si percepisce una linea di tensione, un contrasto tra forze che contribuisce a definire ed enfatizzare un ambiente iperbolico ed ambiguo». 

Da un punto di vista tecnico e materico, la scelta dell’artista di utilizzare materiali di scarto industriale accentua l’immaginario che intende creare. Nel testo critico di Edoardo Durante il messaggio è chiaro: “l’appropriazione di materiali di scarto come residui di copertoni automobilistici, barre di acciaio, cavi elettrici, cilindri di ottone racchiudono intrinsecamente una condizione di costante fallimento“. Le sue opere sono “macchine in divenire impossibilitate ad esprimere appieno il proprio potenziale, destinate a vivere all’interno di una dimensione precaria e contradittoria, proprio come quella in cui vive l’individuo contemporaneo”. In questo senso, sono calzanti le parole di Simon J.V. David che riassume con chiarezza l’intento dell’artista: «Nicolò Masiero Sgrinzatto, attraverso la sua ricerca artistica, esplora il caos delle interazioni sociali nelle sagre di paese, trasformando la vita provinciale in un intenso palcoscenico per il confronto e il dialogo. Sgrinzatto cattura con maestria la lotta dell’operaio per esprimere il proprio potenziale in un contesto precario, offrendo uno sguardo riflessivo sulla vita quotidiana nelle province».

Courtesy Galleria Ramo and Nicolò Masiero Sgrinzatto
Ph credits Simon J.V. David

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